Les années Before | Soft Machine| Matching Mole | Solo | With Friends | Samples | Compilations | V.A. | Bootlegs | Reprises|
Interviews & articles
     
 Robert Wyatt - Segnali di una falsa immobilità - Late For The Sky - numero 15 - Marzo 1995








Robert Wyatt Segnali di una falsa immobilità

a curadi Marco Grompi

La recente visita in Italia del musicista inglese, coincisa con la presentazione del libro edito dall'Arcana (del quale scriviamo più avanti) e con l'uscita di due CD, ci ha fornito l'occasione per incontrarlo e per parlare con lui. Apriamo quindi questo numero con l'intervista a Robert Wyatt, anche perché, nella sua vita, non è che ne abbia rilasciate molte.

LE MACCHINE MOLLI E ALTRE FOLLIE DI UN BIPEDE BATTERISTA

Per parlare in modo esauriente di Robert Wyatt occorrerebbe scrivere un libro. Un libro senza troppi fronzoli, limitato ai fatti e capace di ripercorrere la sua biografia attraverso la cronologia completa di tutti i concerti e di tutte le registrazioni dei gruppi che l'hanno visto protagonista (Wilde Flowers, Soft Machine e Matching Mole), nonché di tutte le sue performance come solista o come collaboratore con altri artisti. Già, perché Robert Wyatt non si è limitato ad essere il batterista, il fondatore e l'anima di gruppi che meritano di stare, con i Pink Floyd del primo periodo, tra coloro che, nei tardi anni '60, hanno contribuito maggiormente a dare un'impronta duratura alla scena psichedelica inglese. Dal 1970, infatti, ha pubblicato a suo nome un non elevato numero di album-manifesto della libertà in musica: da The End Of An Ear a A Short Break (l'ultimo mini-CD a suo nome, prodotto nel 1992), passando attraverso il salto nel vuoto del 1973 (quando durante un party, completamente ubriaco, si gettò dalla finestra del quarto piano e, da allora, perse completamente l'uso delle gambe), e Rock Bottom (il mitico disco del 1974 che quasi lo rendeva una superstar), il percorso artistico di Wyatt è stato immenso e variegato, zeppo di errori e di intuizioni geniali, con frequenti incursioni in territori musicali assolutamente distanti dal rock, ma difficilmente etichettabili come jazz, avanguardia, world music o chissà che altro. Recentemente, due raccolte discografiche hanno cercato di riassumere la sua vita artistica: la prima è Going Back A Bit: A Litlle History Of Robert Wyatt (Virgin Universal, 1994), un doppio CD retrospettivo dal 1969 al 1991 con qualche traccia rara o inedita che, se da un lato può deludere il fedele collezionista, da un altro è vivamente consigliabile come avvio alla conoscenza del personaggio, specialmente per quanto riguarda il periodo 1974-1976, di cui si ha una folta rappresentanza di singoli e di estratti da Rock Bottom e Ruth Is Stranger Than Richard. Diversamente, Flotsam Jetsam (Rough Trade, 1994) è un CD che comprende materiale rarissimo o assolutamente mai-edito-prima, che traccia un profilo obliquo del Wyatt "musicista-cantante dalla voce triste" attraverso apparizioni radiofoniche, collaborazioni estemporanee (Symbiosis, Claustrophobia, The Happy End) o più durature (Matching Mole, Lol Coxhill, Gary Windo). Tra le varie chicche, segnalo un brano del 1968 con (udite, udite!) Jimi Hendrix al basso (Slow Walkin' Talk). Personalmente, credo che Old Rottenhat (1985) e ancor più Dondestan (1991) siano due tra le cose più belle e sentite degli ultimi dieci anni, per cui è ovvio che ne consiglio quantomeno un ascolto attento a chiunque sia stufo della "solita musica".

Il libro ideale che sarebbe necessario scrivere per riassumere la sua vicenda artistica, personale e politica (Wyatt è stato per molti anni un fervente attivista del partito comunista inglese) ora c'è, è stato pubblicato dall'editrice Arcana, scritto da Michael King, curato da Alessandro Achilli e s'intitola "Falsi Movimenti". Proprio in occasione della sua presentazione ho potuto approfondire il Wyatt-pensiero.


Cosa ne pensi di "Falsi movimenti"?


Michael King mi ha scritto dal Canada, dicendomi che voleva scrivere la mia storia. Gli dissi che io non mi ricordavo molto di come erano andate le cose. Ma lui disse: "Ok, io mi ricordo!". La cosa divertente è che quando gli dicevo "Quel giorno del 1975 ero a Cambridge..." lui spesso mi correggeva: "No, quel giorno eri a Norwich". E il bello era che quando i nostri ricordi discordavano, era molto più probabile che fossi io a sbagliarmi. Non so come abbia fatto. Da un certo punto di vista continua a stupirmi che a qualcuno veramente interessi sapere tutto ciò che ho fatto nella mia carriera, anche se ciò mi lusinga molto. Penso che la versione italiana del libro sia un ottimo lavoro, molto ben fatto, molto ben curato e anche migliore della sua versione originale pubblicata in Inghilterra qualche anno fa, perché sono stati corretti alcuni errori ed è stato aggiornato al 1994. Da un altro punto di vista un po' mi disturba, in quanto io faccio molta fatica a rapportarmi con tutto ciò che ho fatto prima dell'incidente. La gente pensa che l'essere diventato paraplegico sia stata la mia più grande tragedia. Ma, di fatto, da quando sono definitivamente uscito dagli ospedali, tra il 1973 e il 1974, ho sposato Alfie (Alfreda Benge, pittrice, fotografa, poetessa e, da allora, sua inseparabile compagna, ndr), ho fatto Rock Bottom e molte altre cose che fanno parte dell'inizio del periodo più felice della mia esistenza. Improvvisamente, tutto è diventato per me più chiaro, più semplice. E' stato davvero così.

Allora perché, secondo te, la gente ti chiama "la voce triste"?


(dopo una lunga pausa, ndr)... Credo che dovresti chiederlo alla gente... (ride, ndr). Forse è vero... (altra pausa). Forse è perché non mi sento del tutto a mio agio in questo mondo. Ancora non ho trovato quale sia il significato della mia permanenza qui. Non ho ancora capito la mia funzione come essere umano.
Probabilmente, qualcosa di questa mia ansia interiore traspare nella mia voce. Ma, artisticamente, la mia attitudine è verso lo scherzo, il divertimento. Mi piace ridere, divertirmi in ciò che faccio. Non sono per nulla interessato, professionalmente, alle tragedie, alla sofferenza. Per esempio, secondo me, non è un caso che i migliori comici, almeno in Inghilterra, siano ebrei.

Come mai, allora, secondo te, di tutte le sfaccettature della tua personalità la crìtica ha sempre dato più risalto all'aspetto più triste?

Posso reputarmi fortunato se la gente trova sufficientemente interessante ascoltarmi. Di certo non posso dire loro "come" devono ascoltare il mio lavoro. Io mi ritengo totalmente libero di produrre la musica che voglio, così come chi la ascolta è totalmente libero di interpretarla come crede, a seconda della propria sensibilità. Come disse il poeta americano T.S.Elliott "probabilmente, chi legge le mie poesie le capisce molto meglio di quanto possa capirle io". In un certo senso, è come se si stipulasse un contratto in cui si prevede che il musicista faccia mezza strada e l'ascoltatore faccia l'altra metà. Esattamente la metà del percorso appartiene alla creatività dell'ascoltatore, solo l'altra metà del processo mi appartiene.





GLI ERRORI DI UN INGUARIBILE OTTIMISTA

Una delle tue qualità artistiche più rilevanti è la continua ricerca in avanti, la necessità di muoversi sempre verso qualcosa di nuovo. Tu hai detto: "L'influenza più concreta su di me è quella che deriva dal cercare di non ripetere gli errori precedenti". Eppure, ogni nuova direzione sembra provenire a sua volta da un errore.

Il mio lavoro è davvero un'avventura entusiasmante, perché non riesco a vedere ciò che sto facendo finché il lavoro è finito. Solo allora riesco a valutarlo con un certo distacco. Credo che non sia così solo per questo lavoro, ma per la vita in generale.

Credi di aver fatto molti errori nella tua carriera?

L'intera geografia della mia carriera è disegnata dal rimbalzare continuamente, alla cieca, da un errore ad un altro. Invecchiando, si perdono molte cose, ma dicono che si diventi anche più saggi. Tuttavia, non serve a nulla, dato che sto solo imparando ora quello che avrei dovuto fare quando avevo ventì-trent'anni. E adesso che sto arrivando ai cinquanta, dato che non ho mai avuto cinquantanni prima, non ho assolutamente idea di come si faccia, per cui sono sicuro che sbaglierò ancora e che finirò con il fare qualche altra stronzata.

Cosa pensi di operazioni discografiche come la raccolta della Virgin Universal Going Back A Bit: A Little History Of Robert Wyatt, la ristampa in CD degli album dei Matching Mole o la recente pubblicazione del live del 1972 dello stesso gruppo BBC Radio One In Concert?

Non credo di avere ancora sentito il live dei Matching Mole, mentre per le ristampe hanno fatto un ottimo lavoro, anche se il doppio della Virgin Universal mi sembra una specie di museo. Non lo capisco. E' organizzato in senso cronologico, ma io avrei preferito farlo diventare un nuovo pezzo di musica. Ho comunque molte difficoltà a trattare con il mio passato.

Spesso esprimi insoddisfazione per le registrazioni dei Soft Machine, in quanto sostieni che le versioni pubblicate sui dischi non erano state provate a sufficienza, mentre poi, dal vivo, pian piano i brani miglioravano con la pratica. Non hai mai pensato di organizzare il materiale dal vivo in una pubblicazione contenente le migliori performance?

Sarebbe stata una buona idea, ma c'è il fatto che quando si sciolsero i Soft Machine il manager di allora si tenne tutto il materiale e anche tutti i soldi. Noi non abbiamo più alcun controllo su quel materiale, nemmeno oggi. Non so nemmeno dove siano i nastri. Ogni volta che esce del nuovo materiale non so neppure da dove venga.

Come è nato un disco come The End Of An Ear?

All'inizio, la Cbs diede a tutti i componenti dei Soft Machine la possibilità di fare un disco solista e io decisi di essere completamente libero in questo progetto.
Mi rendo conto che oggi sembra patetico e melenso. Volevo solo aprire i rubinetti e far scorrere tutto, in completa solitudine e in completa libertà. Volevo sognare la strada del disco attraverso il disco stesso. E' stato un atto di coraggio, o forse di stupidità, o entrambe... non so, fate voi... E' strano come con i risultati di momenti assolutamente spontanei ti ci ritrovi a convivere per sempre... Sono stato comunque contento del risultato, perché ha definitivamente liberato la mia voce, il mio modo di suonare le tastiere. Mi ha completamente aperto la mente.




Sei ancora in contatto con Hugh Hopper?

Sì, l'ho sentito al telefono qualche giorno fa perché insieme abbiamo appena terminato una lunga battaglia legale per cercare di avere un benché minimo controllo sulla musica che abbiamo fatto insieme. E' stato un fallimento. Del resto, è colpa nostra: noi siamo artisti... lasciamo il business agli altri... (ride, ndr). I musicisti di oggi non sono più così stupidi. Noi, ingenui, pensavamo fosse sufficiente creare solo un po' di arte. A quei tempi era troppo sofisticato politicamente credere che uomini d'affari e artisti potessero vivere e lavorare insieme. Comunque, non tutti hanno avuto cattivi manager, siamo noi che siamo stati sfortunati. In alcuni casi sono stati ottimi: vedi, ad esempio, i Pink Floyd.

Sei ancora in contatto con loro?

Ho sentito di recente Nick Mason, perché una canzone finita nell'antologia della Virgin è stata presa da un suo disco. Mi dispiace molto che i membri originali del gruppo non siano più amici fra di loro. Mi piace molto Roger (Waters), come mi piace molto Rick (Wright), solo che adesso si odiano. E' come quando una coppia di tuoi amici divorzia: tu ami entrambi, ma non sai più di chi devi rimanere amico... (ride,ndr)... o a quale dei due telefonare.

Hai sentito i loro lavori recenti?

Ad essere sincero no. Non ascolto molta musica rock. Recentemente ascolto molto la musica napoletana. Ho un cofanetto di Roberto Muralo... (canticchia una tarantella, ndr). E' musica completamente libera dal cinismo, non vuole essere per forza intelligente, non ci sono artifizi. Una cosa divertente è che negli anni '70, io e pochi altri eravamo gli unici ad ascoltare ed a trovare interessante, ad esempio, la musica bulgara e balcanica, mentre oggi... è praticamente di moda. All'epoca se ascoltavamo la musica folk russa ci dicevano: "Ah, voi siete proprio dei fottuti comunisti!" Oggi, invece, è apprezzata da molti che mi vengono a dire: "Ohh, ascolta qui!". Mi viene da mandarli affanculo, l'ascoltavo già vent'anni fa!.

Quando uscirà un nuovo disco tuo?

Non saprei dire. Negli ultimi due anni, nella mia vita privata si sono affollati un gran numero di problemi pratici e contingenti che mi hanno distratto molto. Vivere come paraplegico in un paese dove oggi stanno scomparendo i servizi sociali mi fa un po' paura. Io e Alfie stiamo attraversando un momento difficile in cui siamo troppo impegnati a risolvere problemi pratici quotidianamente. Per fare la tua musica devi essere più rilassato, come in una specie di sogno.

Con la tua reputazione, se lo volessi, potresti fare un disco con un cast eccezionale...

Mi innervosisce molto il chiedere ad altri musicisti di fare qualcosa con me. Un problema deriva forse dal fatto che non ho mai organizzato attorno a me uno staff che lavorasse per me, siamo solo io e Alfie. Così, anche quando vedo questo libro, o voi che siete qui ad intervistarmi, mi chiedo cosa ci faccio qui, come mai. Per me è già abbastanza difficile riuscire a cantare una canzone in modo intonato e della quale non sia imbarazzato. Credo di aver perso molta confidenza in tutto ciò quando sono stato allontanato dai Soft Machine. Nella mia testa deve esserci stato uno shock nel momento in cui il gruppo si è voluto liberare di un giovane energico ed entusiasta per voler fare la musica da adulti. Probabilmente, ciò mi ha lasciato una specie di complesso di inferiorità verso chi è davvero musicista.

L'esperienza del cosiddetto Canterbury Sound è stato un momento unico: credi che in futuro quel tipo di musica possa nuovamente ispirare situazioni uniche e irripetìbili?

Non lo so. Del resto, quello che ha ispirato noi era così diverso da quello che abbiamo creato... E' molto difficile intravvedere un legame nel tramandare l'ispirazione. In un taccuino, il pittore Paul Klee dice che non importa, una volta visto l'albero e i suoi frutti, quale sia il processo chimico che c'era prima di arrivare a ciò. E' un processo assolutamente misterioso come le persone filtrino nelle loro teste delle cose per crearne altre. Spero comunque che la storia sia gentile rispetto a quei giorni, perché sarebbe fin troppo facile oggi essere crudeli al riguardo. E' sempre facile deridere dopo coloro che, prima, cercavano di fare qualcosa di nuovo.

In Italia è sempre stata molto forte la tua immagine di attivista del partito comunista. Dopo la tua uscita da esso, nel 1989, cosa ti è rimasto di quella esperienza?

A dire il vero, è stato il partito a lasciare me e non viceversa... (risate, ndr)... io sono ancora qui. Non sono proprio un attivista, sono troppo nostalgico per essere un attivista. Quando sono nato, alla fine della Seconda Guerra Mondiale, in Inghilterra è stato avviato un tipo di programma politico - economico - sociale di stampo socialista del tipo: scuole per tutti, ospedali per tutti, una specie di senso di mutua responsabilità. La mia infanzia è stata tutta trascorsa durante la primavera di questa idea. Forse può essere una sorta di nostalgia per la mia infanzia... (ride, ndr). Quello che succede oggi, invece, è l'opposto. Un medico ti può dire: "Ciò di cui tu avresti bisogno è questo, ma con i soldi che puoi permetterti di spendere ti posso fare solo quest'altra cura". Forse la prossima generazione si abituerà a questo, ma io vivo tutto ciò come un incubo. Quando ero giovane, guardavo i problemi del mondo come a qualcosa al di fuori della mia persona, di cui era però giusto e necessario preoccuparsi. Oggi, invece, mi rendo conto che molti di questi problemi mi riguardano direttamente, in prima persona.


Tuttavia, credo che gli aspetti più brutali del capitalismo non si manifestino qui in Europa, ma nei paesi più poveri del mondo. Tutta la nostra economia si basa su un equilibrio estremamente instabile e il nostro crescente benessere non fa altro che nascondere sempre più l'instabilità dei meccanismi su cui si basa.

Credi che nel panorama artistico-musicale stia accadendo lo stesso tipo di "appropriazione" culturale da parte dell'occidente nei confronti dei paesi più deboli?

Non credo che sia una questione "culturale". I rapporti economici di forza tra il nord e il sud rivelano chiaramente che ogni tipo di scambio (e quindi non solo culturale) tra nord e sud si fondi su basi ineguali. E' a tutti gli effetti uno scambio ineguale.
Personalmente non sono interessato ad una vendetta verso il mondo capitalista o il pensiero capitalista, sarebbe troppo infantile e ridicolo. Del resto, i businessmen fanno al meglio ciò che sanno fare e mi direbbero: "Beh, fottiti, così va il mondo!". L'unica cosa che posso dire è che tutto ciò non è bello e che l'umanità sta entrando in un nuovo secolo con le stesse contraddizioni che aveva ai primi del '900. Da questo punto di vista le cose non sono cambiate molto. Poi ti dicono che la gente di colore oggi è affermata e che non è più discriminata come cent'anni fa: abbiamo politici, sportivi, uomini di successo di colore, e così via... ma il fatto è che ci prendiamo i migliori per integrarli nel nostro sistema e rafforzarlo.

Tornando alla musica, c'è un qualche tuo lavoro di cui ti senti particolarmente soddisfatto?

Direi che Dondestan, senza dubbio, rappresenta al meglio la musica che c'è nella mia mente. A dire il vero, non leggo mai le recensioni dei miei lavori e se mi capita di leggerne una pessima penso: "Ah, sì, questo ha colto nel segno!". Non leggo le recensioni perché arrivano troppo tardi: trattano di cose che ormai esistono e che non posso più cambiare. Spesso, alcuni dei musicisti con i quali ho lavorato in passato pensavano che non fosse legittimo ciò che stavo facendo musicalmente. Con il tempo ho imparato che quando un artista di sinistra viene criticato brutalmente, come è capitato a me, non è mai detto chiaro che la critica è generata dal fatto che è di sinistra, ma sembra che ci sia sempre qualcosa che non va con lo stile, con la forma...è un attacco obliquo, mai diretto. E' impossibile che uno ti dica in faccia: "Non sono per niente d'accordo con te e con le tue idee per cui non mi piace quello che fai!". Ho pensato molto a questa cosa, ma non sono ancora arrivato ad una conclusione.

Il tuo sembra essenzialmente un universo poetico. Dondestan nasce addirittura dalle poesie di tua moglie Alfie. Che cos'è per te la poesia?

Non ho mai deliberatamente scelto di abbracciare o di rifiutare in toto la poesia. Nel caso di Dondestan sono stato profondamente toccato dalle poesie di Alfie perché mi sembravano già pronte per essere cantate. Le parole, anche prima del loro significato, avevano già un linguaggio musicale. Credo che le canzoni, in generale, appartengano ad una specie di magica zona di transizione tra il conscio e l'inconscio. Le parole più efficaci in una canzone non sono necessariamente quelle che hanno più senso, ma quelle che vengono da una specie di "trance". E' un concetto difficile da analizzare: è come certe filastrocche per bambini in cui le parole non hanno senso, ma la ripetizione o il suono di esse danno una ragion d'essere. Non so come ciò possa accadere, in quanto quando noi analizziamo le parole ci basiamo su di esse senza tener conto del perché le pronunciamo con un certo suono, con una certa intonazione o una precisa musicalità. In pratica, non sappiamo come mai, musicalmente, abbiano un certo effetto su di noi. Ad esempio, c'è un intervallo musicale che mi intriga molto (infatti lo uso spesso) e sono convinto che sia anche il primo suono che ho prodotto quando sono venuto al mondo. Mi ricordo che il mio primo suono parlato è stato: "Mami" (lo pronuncia sillabandolo e con intervallo di note differenti, ndr). Questo intervallo è una terza minore. Non so spiegare il perché, ma è estremamente toccante, efficace. Questo intervallo, combinato con le parole, è come un suono di base, primordiale, inconscio, innato. I poeti lavorano in quest'area.




So che non ami particolarmente parlarne, ma hai qualche progetto per il futuro?

Ho registrato recentemente tre canzoni con un "disco-man" belga chiamato Joe Bogaert. Mi ha mandato alcuni nastri chiedendomi se potevo cantare qualche canzone e mi è piaciuto farlo. E' interessante perché non ho mai fatto nulla del genere prima: se qualcuno di un ambiente musicale così distante dal mio vuole davvero lavorare con me, significa che nella sua mente di musicista sta avvenendo un grande cambiamento. L'ho fatto perché mi è stata data la possibilità di entrare in questi nuovi territori, anche se poi ho potuto constatare che i meccanismi della pop music sono terribilmente lenti: certi canoni, come ad esempio l'uso di ritmi serratìssimi, erano già stati ampiamente esplorati molti anni fa. L'industria della musica pop è terribilmente conservatrice ed è quindi abbastanza raro che mi attragga. Mi sentirei oppresso e frustrato dal fatto di non poter fare una canzone di sei-sette minuti, se lo voglio, solo perché non potrebbe essere trasmessa da MTV o alla radio. Ci sono troppe, fotture, inutili regole nella musica pop! Ogni pezzo musicale ha una sua durata naturale, che non deve essere imposta da qualcuno o da qualcosa. Comunque, amo molto le belle pop-song, ma odio tutta la cultura che ci sta dietro. Non c'è alcuna libertà al suo interno.

Del resto, sei sempre stato al di fuori dei circuiti della musica pop...

Sì, comunque non credo affatto che i musicisti pop siano inferiori o meno dotati. Ne stimo molti e alcuni sono davvero dei musicisti straordinari. Penso solo che si facciano troppi problemi. Recentemente ho inciso dei brani con John Greaves, altre cose con il chitarrista belga Philippe Catherine e c'è stato anche un progetto con Hugh Hopper. La cosa davvero frustrante è l'enorme quantità di tempo che passa tra quando registri e quando le incisioni vengono pubblicate.
La cosa comunque più assurda è che a tutt'oggi io continui a non avere la benché minima idea di come sia organizzato il mondo del business discografico e, soprattutto, di come organizzarmi per poter ricavare dei soldi da tutto questo... (ride, ndr). Tante volte il lavoro mi rende nervoso perché... non si può vivere di sole idee. In qualche modo devo anche mangiare! (sogghigna, amaramente, ndr).

E' difficile essere un artista di culto?

No, beh... forse in un certo senso... No, è ok, non posso lamentarmi.


Un grazie particolare a Claudio Galuzzì della rivista "Rumore " che ha condotto gran parte di questa intervista (pubblicata sul numero 37 di Febbraio 1995) e a Davide Sapienza che l'ha resa possibile. Le fotografie pubblicate in questo servizio, e anche la copertina di questo numero di Late For The Sky, sono tratte dal libro di Michael King "Falsi movimenti" edito dall'Arcana Editrice. Late for the Sky desidera ringraziare anche Claudio Sorge, direttore di Rumore, per la cortesia dimostrata.


 

Falsi Movimenti
Una storia di Robert Wyatt

di Roberto Anghinoni

Innanzitutto, brava Arcana. Pubblicare oggi in Italia, ma anche ieri o domani, un libro dedicato a Robert Wyatt è senza dubbio una decisione editoriale coraggioso che spero, ma senza illusioni, possa essere supportato da un generoso successo. Chi era, chi è Robert Wyatt lo avete scoperto nelle pagine precedenti, lo avete ascoltato dalla sua stessa voce. Questo libro, riccamente curato nei dettagli informativi, si può tranquillamente definire una saporita manna per tutti gli amanti della musica progressiva inglese, dai Wild Flowers in poi. Può inoltre essere anche motivo di orgoglio per l'editrice milanese il fatto di offrire al suo pubblico un testo che, nella versione italiana egregiamente curata da Alessandro Achilli, è stato riveduto e aggiornato da Michael King, l'autore del volume, dopo ulteriori informazioni e puntualizzazioni da parte dello stesso Wyatt.

Musicalmente parlando, a grandi linee, la figura dell'ex batterista significa Wild Flowers, Soft Machine, Matching Mole e, soprattutto, Robert Wyatt. Lo stesso artista inglese ha confidato come le sue cose migliori siano racchiuse nello scrigno di Rock Bottom. Su un particolare di questa biografia ricca di dati, di curiosità, di scalette di concerti, di impressioni e di pensieri vorrei riflettere. Nel libro, Wyatt confida che oggi vede l'incidente che lo ha privato dell'uso delle gambe come un passaggio fra l'adolescenza e la maturità. Leggendo queste parole ho subito pensato a Joseph Conrad e alla sua "Linea d'ombra". Mi piace pensare che ci si una trasparente analogia fra la scrittura autobiografica dell'autore polacco, curioso esploratore di mondi, con il Wyatt esploratore di universi sonori. Una linea d'ombra che avverte come sia ora di dimenticare i "luoghi" della prima gioventù. E la nave del capitano Conrad che rimane immobile in un mare sciaguratamente calmo somiglia alla carrozzella del comandante Wyatt che, altrettanto immobile, si interroga e riflette. Questo viaggio, questa avventura nell'intimo e nel profondo di un'anima è raccontata in questo libro che parla di musica ma che è soprattutto un ritratto autentico dell'uomo Robert Wyatt. E per rimanere nella nostra similitudine, oltre la linea d'ombra, il "il gemello del bipede drummer" ha saputo inventare una nuova luce che ancora oggi è scintillante, dopo trent'anni di carriera. Nel libro sono anche raccolte numerose testimonianze dei suoi amici "storici", da Costello a Fred Frith, da Richard Sinclair a Hugh Hopper, a Kevin Ayers. Oltre la calma apparente, oltre alle difficoltà evidenti, oltre all'incertezza per il futuro Wyatt trasmette serinità e coerenza intellettuale. Anche solo per questolo dobbiamo considerare un grande del nostro tempo.


Michael King
FALSI MOVIMENTI
(Una storia di Robert Wyatt)

A cura di Alessandro Achilli
Arcana Editrice
159 pagine- 113 fotografie
b/n Volume brossurato
Lire 30.000



       
     
Previous article