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 Robert Wyatt - Il nido più alto del cuculo - Out Of Time #42 - Dicembre 2003


 


 

Il cuculo canta, al primo mattino. E' un uccello grazioso, ci assicura Jack Elliott, dal piumaggio grigio scuro, come la fuliggine. Ma non costruisce il nido. Attentamente, osserva il rifugio di altri passeriformi e ne sceglie il migliore per abbandonarvi l'uovo. Il suo nato crescerà fra le cure dei genitori adottivi, al riparo dai predatori, pronto dopo una ventina di giorni a spiccare il volo e, a tempo debito, dirigersi verso l'Africa. Nella terra dei cuculi, dove il tempo è buffamente scandito dal ritmico richiamo, lo scorrere della vita è crudele, se non si può vivere con i propri figli, se con essi non si possono costruire sogni, perche i rapaci volteggiano minacciosi, pronti a planare. C'è solo il tempo di andarsene, per chi può, senza guardare indietro dove si è lasciata la cova, il cuore spezzato. Dalla terra dei cuculi, ci giunge questo fitto, tormentoso diario di Robert Wyatt, estroso palleggiatore di giorni perduti, cronista e topografo del "nonsodove", viaggiatore dell'iperreale, matto come tutti i cappellai che si rispettino, dolcemente folle, arrampicato al fusto del fagiolo magico, a perforare le nuvole. Mi sentirò meglio al mondo finché persone come lui infileranno nei cavi degli alberi melodie come batuffoli, intrisi di anice lattescente, dalla terra dei cuculi. La dimensione temporale sembra perdere corporeità nel microcosmo di Alfie e Bob, una coppia di artisti svincolati da qualsivoglia ossequio alle tendenze, liberi intimamente, anarchici e creativi come si deve, nella malinconia o nella gioia, di essere e di cercare di comprendere. In questo senso, può darsi che dall'orologio di "Rock Bottom", 1974, siano state rimosse le lancette, delicatamente smesse e non divelle e la misurazione delle ore solo una fredda scansione per ragionieri dell'esistenza.


"Cuckooland" va considerato alla stregua di un insperato album doppio, nello slancio dei suoi settantacinque minuti, consumati nell'attimo di un ascolto che inghiotte come un miraggio morganico. La musica è gemella di quella d'allora, matura di una sofferenza meno personale, imboschita in quel viluppo di semitoni che ha reso riconoscibile, al primo impatto la musica di Bob. In tale autarchico dominio si scioglie la voce di Robert Wyatt, lo ierofante, vocalità di ovatta e vapori, quasi sempre sul punto di infrangersi come una bacchetta di vetro, ma tenuta insieme, nel gioco di scale ascendenti e discendenti, da un filo invisibile. Come sua abitudine, Bob (minor?) incornicia la sua voce con una serie di strumenti, suonati con liquida ispirazione e fragilissima intensità: tromba, cornetta, tastiere, piano, cembalo, percussioni, la punta avvelenata della coda di una macchina stellare che percorreva la statale fra il cervello e il cuore, ammorbidita un mucchio di anni fa. Anche la copertina, le pagine di "Cuckooland" sono forse una forma musicale o un passaggio di frontiera fra l'espressione grafica e la mappa dei suoni. Annotazioni e macchie di colore, schizzi e appunti per viaggi, in un labirinto di pastelli e sottolineature, dove ammiccano provocanti diesis e arguti bemolle, maggioranza etnica delle partiture. Non c'è direzione, il qui e il là coincidono, non basterà pedinare il piccolo lupo disegnato per individuare una direzione sicura. L'album è stato inciso presso il Phil Manzanera's Gallery Studio, fra l'estate 2002 e la primavera 2003, ma parte del tutto è stato registrato a casa di Wyatt, a Louth. Concepito simmetricamente in due parti, "Cuckooland" si avvale di uno stuolo di musicisti e "non", alcuni abituali "pals" come Manzanera stesso, Eno, Paul Weller, David Gilmour. Le novità salienti sono rappresentate da Karen Mantler, voce, tastiere, harmonica, figlia dei pianisti Carla Bley e Michael Mantler, compositrice di una buona parte di testi e musiche, quasi una contitolare nell'opera di Bob.


Essenziali come il tartufo d'Alba sul riso, gli apporti di Gilad Atzmon, ai vari sax, clarinetto e flauto, Annie Whitehead al trombone, Jennifer Maidman all'accordion, Yaron Stavi, doppio basso, conferiscono all'insieme una perfetta quadratura di umori e spezie, come in un'aureola oscillante fra jazz e "avangarde", fra rock e musica totale. I testi vanno letti, meno inclini al "non sense" di quanto si potrebbe sospettare, mirabilmente sintetici. Mostrano il bianco abbagliante dell'osso. Con l'apertura di "Just a bit", il caldo sax soprano del musicista mediorientale Atzmon introduce il canto sciamanico di Wyatt, fra tastiere punteggiate di luci vorticose, come a liberare l'accesso verso un mondo popolato da placide deità zoomorfe. L'autore discetta sulla liceità di fede e speranza e di quella componente di irrazionalità da cui non può liberarsi, la superstizione, definita come una "religione, versione bonsai". "Old Europe", "fantasma di luna sulla Senna", si cala nella Parigi notturna dei jazzisti, durante il dopoguerra, in luoghi pulsanti di idee come il Club St.Germain di Rue St.Benoit, ricovero abituale per i jazzisti americani e dello "Chat qui peche", Jazz Bar in Rue de la Hachette, dove nel 1949 si innamorarono Miles Davis e Juliette Greco, per una relazione bruciante e caduca, destinata ad andare in frantumi dopo il trasferimento a New York. In un pigro fraseggio swingante, soffiato dal sax alto di Gilad, Robert miscela l'etereo succo della sua voce, affidando poi alla tromba frecce di luce e costruendo con nevi d'antan, l'omaggio al grande Miles. "Tom Hay's fox" è nebbia che prevale su una luminosità incerta. Gradini diatonici dall'aldiqua all'aldilà, con una tromba che vagola nell'iperspazio, la voce astrale di Tomo Noro e l'ultima nota di Brian, musicista invisibile.



Se questo sia il territorio di Erewhon, Broceliande, Hyperborea o qualche altro mondo fantastico, sta all'ascoltatore svelarlo. "Forest", concepita con la moglie Alfreda è una vitrea ode all'olocausto del popolo zingaro, in cenere nei forni di Auschwitz o nel campo di sterminio di Lety, ora fattoria per maiali senza uno straccio di stele ad ammonire per l'orrore. Saetta l'elettrica di David Gilmour, si rifrange il canto di Bob, sferzato dal "vento diavolo fra gli alberi". "Beware" è scritta da Karen Mantler. "Stai in guardia, i tuoi amici possono non essere quello che sembrano, il male si nasconde in tutti i nostri cuori. Non abbassare la guardia, non fidarti di nessuno". Un pressante invito alla vigilanza, un'inquieto e bellissimo duetto fra le voci di Bob e Karen, pezzo altamente drammatico, fra tromba e tastiere, note che si liquefano al tatto. Ma è forse "Cuckoo Madame" uno dei punti centrali del disco, performance solitaria di Bob, quello dell'età dell'oro, abbarbicato su un grappolo di note, quasi a "recitar cantando". Nella metafora del cuculo che abbandona la prole, "hai dovuto volare prima di vedere un'altra madre nutrire il tuo pulcino. Sapevi che questo ti avrebbe spezzato il cuore" è facile leggere tragedie umane dei nostri tempi sciagurati, oscurati da bombardieri maledetti, dai "rumori minacciosi dietro di te". Un senso di sospesa incombenza grava sulle note angoscianti della canzone. "Raining my heart", ridotto a mero strumentale, con Wyatt al pianoforte, scritta dalla coppia Bryant & Bryant, un amore nato su un ascensore e votato poi alla composizione musicale, sembra alleggerire, la tensione della song precedente. "Lullaby for Hamza", tenera elegia dedicata al bimbo iracheno nato sotto le bombe, è stata scritta da Bob e Alfreda, con cambi di tonalità vocali che si involano e un connubio dolcissimo fra l'accordion di Jennifer Maidman e le diafane tastiere di Wyatt. Una straziante ninna nanna per i bambini di Baghdad che, come ci informa l'autorevole "Guardian", prendevano e probabilmente assumono ancora, il valium per allontanare le proprie paure. Trenta secondi di silenzio per meditare su ciò che si è ascoltato, rigorosamente segnati nella lista dei pezzi, poi, l'ideale seconda parte dell'album. Con "Truckle down" si galoppa su praterie jazzistiche, in un clima da jam session con Phil Manzanera alla voce e il canto di Bob a seguire l'onda, percorrendo rotte ondulatorie.


La splendida "Insensatez" è stata scritta dalla coppia Tom Jobin e Vinicius de Moraes. Viene trasformata in una fragile ballata "Wyatt style", in cui l'armonica a bocca della Mantler si libra con struggimento. E' la stessa ragazza a doppiare la voce di Bob confermado l'autentica "saudade" che investe il pezzo, forse il più lancinante in assoluto dell'intero lavoro. Memorabile, in questa cover di lusso, è anche l'assolo di clarinetto di Gilad Atzmon. E' composizione ancora della Mantler "Mister E", duetto fra voce maschile e femminile, con un percorso musicale irregolare e altamente lirico. Non siamo di fronte a un album facile, soprattutto per chi metta il naso per la prima volta nel reame di Wyatt, ma a un lavoro che seduce al primo incontro, per l'efficacia dei messaggi contenuti, testuali e creativi. Il brano più vicino al rock è "Lullaloop", composizione della sola Alfreda Benge, altra ninna nanna allucinata e irta di chiodi, un'anticamera di incubo in vaga sintonia con temi cari a Kurt Weill. Ci sono incursioni nervose sulla chitarra di Paul Weller. Se la vita è una pecora, chi vuole più belare? "Life is sheep", di significato un po'oscuro ma forse interpretabile con il noto impegno animalista di Wyatt. Musica da altiforno, additiva, stratificata, sulla scia di inspirazioni rileyane. Giochi di parole, assonanze, dietro alle quali si mimetizzano tragedie immani dell'umanità: "Foreign accents". Hiroshima, Nagasaki, la figura dello scienziato israeliano Vanunu, rapito dalla polizia segreta locale e imprigionato per aver divulgato alla stampa internazionale la segreta produzione di armi nucleari da parte del suo paese, quella di Mohammad Mossadegh, primo ministro nazionalista iraniano che volle nazionalizzare il petrolio e che per questa ragione fu imprigionato e spodestato da venticinque anni di dittatura filo-occidentale dello Scià.



In questo pezzo, il suono puro delle parole costruisce un linguaggio universale che ricorda in ogni accento le piaghe ulceranti del dolore e del sopruso. Si arriva alla scarnificazione delle parole. "Brian the fox" ne contiene solo quattro, come se tutto fosse sfrondato dal superfluo, foglia a foglia, quasi dire che le parole sono sempre troppe e quello che conta è il nocciolo, il cuore, il torsolo nudo. Di meno è di più. Tastiere e trombe alzano una spessa caligine, con i colori dell'arcobaleno filtrati da un sole stanco. La voce è come una pelle di serpente, muta ad ogni stagione e ogni mese è un attimo. Di Nizar Zreik, la conclusiva "La Ahada Yalam" (No-one knows) è data soltanto in versione strumentale, rispetto all'originale cantato in arabo da Amai Murkus. "Nessuno sa del domani... io so che le vittime di domani produrranno una nuova alba più vicina". E' questo un ritorno di fiamma per la più onesta avanguardia del rock. Chi dice che non c'è più buona musica è perché non ha voglia di scoprirla, né la costanza di ascoltarla. O forse è la paranoia dell'euro. "Cuckooland" è uno dei dischi più significativi degli ultimi vent'anni, superiore a "Shleep" nel cosmo wyattiano, al livello dei giorni post Soft Machine.Qui tutto è unico, integro, trasparente come un ideale. E' una delle grandi emozioni per cui vale la pena esserci. Il più alto, inarrivabile nido, scelto da Madame Cuckoo.




       
     
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