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 Soft Machine "Third" - Ciao 2001 - N. 36 - 8 Settembre 1974



















l Third dei Soft Machine è uno di quei rari dishi su cui ben si può impostare un discorso di « epoca nuova » - - una grossa rete tesa tra lo ieri e l'oggi, un avamposto prima della Grande Città che poi sarebbe il pop maturo e completo [quello che abbiamo avuto e oggi, abbiamo perso, intendo dire).


Ragioniamo, infatti: quante cose facciamo discendere da quel « mitico » avvenimento? Quanti sono i complessi e le idee che leghiamo a doppio spago a quegli ottanta minuti di fuoco e danza e luce? C'è Robert Wyatt che ancor oggi si dimena sulle medesima assi, ci sono i Caravan che hanno bevuto sino all'ultima goccia di quel liquido fortissimo, ci sono i Just Us che recitano con obliqua memoria quella sana lezione: e poi Hatfield and the North, poi la buonanima di Kevin Ayers, poi Henry Cow e i Khan sconosciuti -- quanto basta per incorniciare un disco e mangiarlo sino in fondo, e capire il perché d'i Tanto sconquasso...

Soft Machine Third nasce nel 1969, ed è la seconda o terza grande « cosa » che il pop Inglese inventa dopo i funerali della banda Rolling-Beatles. Prima ci sono stati i Pink Floyd, prima è venuto il verbo capito male 'di Donovan: grosse occasioni che pure non hanno saputo spazzar via i ciarlatani dalla scena, e ancora vivono i mezzucci di un irridente hard-rock e gli altri tossiscono con le pergamene della cultura santa e occidentale... possibile che nessuno si accorga di quello che manca, la musica grande e spettinata, il jazz ferito a morte e curato malissimo, il suono fremente fremente (imprendibile)?

I Soft Machine hanno cinque anni sulle spalle, e qualche migliaio di eserciz gli uni diversi dagli altri. Sono nati in quartetto, si sono ridotti e moltiplicati, hanno diviso cervello e denaro per finire e ricominciare l'istante dopo: e tra le loro mani sono passati mille generi, dal jazz duro al rock più marcio, a una sbilenca psichedelìa che in fondo è stata il| talismano della loro poca popolarità. Con quella musica in mano (starnuti strumentali, vocine allo zabaglione, piccole marcette cacofoniche - ritmo) il complesso ha infatti disegnato due LP's almeno, spinto da un Robert Wyatt bellissimo quanto testardo nelle sue decìsioni - (già affiora il dubbio e si profila lo scontro: da una parte Robert e la pazzìa scalcinata, e l'amore per le capriole e il gusto per una capovolta geometrìa, dall'altra Ratledge e la voglia di un clima più asettico, diciamo un jazz elegantemente stravolto, diciamo un affilato gioco d'arabeschi...) - ma poi molte cose sono cambiate, il trio dei primi albums è diventato quartetto, e c'è un sax, c'è Elton Dean che freme in gabbie coltraniane e Hugh Hopper non più disposto a tacere e una serie di collaboratori che bussano alla porta, che accadrà dunque?

Soft Machine Third viene fuori da questa intricata situazione. Ognuno vuol narrare la propria fiaba, nessuno pare accettare la sintonìa del prossimo; e pure, in una scacchiera tanto dissestata, sa imporsi un clima magico e terribile, un'atmosfera dì velluto e di tenui colori che nessuno (nemmeno i Soft medesimi, se solo escludiamo il fiore matto del 5) saprà mai raggiungere nel seguito della storia. La bellezza dell'opera sta in questo, fondamentalmente: ché ognuno va per la sua strada e suona il suo strumento e traccia le linee personali, e sembra dimeticarsi del resto, ma poi tutto coagula, va a parare in aree comuni, si fa denso e solido e « completo ». Non parliamo strumentalmente, certo, dove invece la comunione è data per sicura ed affermata a grandi strilli in ogni riga del disco: ma nell'ambito della composizione, se è vero che Ratledge, Hopper e Wyatt sputano sentenze diversissime chiedendo a turno la parola e Dean, quello che pure non compone niente, ha idee lucidissime e cinicamente personali, qualche migliaio d'anni luce dì distanza dagli altri.


Insomma, cento tasselli da comporre, mille emozioni su cui lavorare e rapida altalena di stili: un'alchimìa pericolosa che pure riesce completamente, nel nome della immaginazione sfrenata e della fantasia da sogno. Gli strumenti viaggiano lungo elastiche traiettorie, si incontrano e poi fuggono concedendo poco all'intimo orgoglio - manca l'aria per gli assoli e si procede più che altro a cerveilli uniti, tutti si muovono a passi eguali, le misure sono perfette... Lo spettro di Riley va e viene, a zampillar note con spiccioli d'ingenuità, e gli fanno corona ombre rivisitate di bigband (perché no?), parole vaganti di sperimentalismo, vernici ritmiche sorte dal nulla - nessuno è padrone della musica Soft Machine!

Facelift. M brano iniziale, (sono quattro le compos'izloni, una per facciata, lunghe e dense così come i brani dei LP's precedenti erano brevi e on po' senza sale...) è un collage luminosissimo di Mike Ratledge, dove già si agita il folletto animatore del disco — cambi di umore, breaks d'emozioni, colori pallidi e luci violente. C'è del rumorismo gratuito, all'inizio, un omaggio ingenuo a un certo infinito sonoro; e poi gli strumenti corrono senza catena, ora blandi ora irritati, in una sfera musicale che pur se confusa riesce ad abbagliare egualmente. Ratledge, soprattutto, mette in mostra alle tastiere quel suo ispido « fare strumentale » che poi diverrà « classico » in tutta la parabola Soft Machine: un colpo ai registri acuti, e lunghe fughe piene di idee e di ripensamenti, senza mai staccar le mani dai dolci tasti.

Tutto si volge con tranquilla eccitazione, linearmente ma con scoppi e cambi di scena un po' dappertutto; e dunque Ratledge tace e poi riappare e poi cede il posto a Dean (suo il finale spettacoloso, con un certo jazz rivisitato febbrilmente), e poi s'inchina pure a Jimmy Hastings, flautista amico e collaboratore, che regala qualche scampolo di saggezza a Ian Anderson e compagni nel corso di un mirabile a solo condotto in perfetta unione con Wyatt.

Slightly All Time, il secondo brano, rincara la dose, ripulendo da eccessi e sbavature la tela Soft, regalando il sapore eccitante di un suono libero e tranquillo, calibratamente lontano da aspre avventure. Anche qui il quadro muta di continuo, anche qui gli strumenti fanno girar la testa nella beata calma raggiunta: e Hopper è protagonista di un elettrico inizio, Wyatt regala il meglio di sé con morbida bravura, Dean salta con forza tra lirismo e vigore, in una fiera di « ottime cose » dove una volta di più lo stile perde i connotati e la lingua, si srotola invano - jazz, nuova musica o che altro? Va detto soprattutto, ad ogni modo, del nuovo linguaggio espressivo imposto alla gente; la chitarra non esiste, mangiata in fretta e con gusto, e i fiati (Dean raramente da solo, e più spesso in eccellenti impasti con Nick Evans, Lynn Dobson e il già citato Hastings) regalano manciate di « cose nuove », facendo capire che ancie e ottoni non devono certo morire nell'orto stretto di jazz « classico » o di perfido R&B. Una lezione in più, che va ad aggiungersi al grande arcobaleno Pink Floyd; saranno queste le spinte decisive che porteranno il pop alla più devastante maturità, alle opere decisive e solenni del '69-71, quando la timbrica del nuovo genere toccherà vertici esaltanti ben oltre il panorama di basso-chitarra-batteria.

Out Bloody Radgeous, il secondo brano di Ratledge sulla strada dell'album, non fa che riprendere questo tema di nuovo jazz stravolto con violenti accessi fiatistici, con Dean e Evans scatenati in rapide serpentine eccitanti. Le frasi sono concise sino alla nevrosi, il ritmo s'impone all'ascoltatore mozzando in due il respiro; e forse c'è un solo difetto, che talvolta pesa e talvolta no, quella patina non sgrezzata degli strumenti, quel « portare il suono » confuso e un po' irritante che stride molto con la dolce brillantezza della musica. Ma la cosa più notevole del brano sta nel « cappello » e nella fine, in quel piccolo affresco tastieristico voluto da Ratledge dove i rumori descrivono cerchi e grandi figure, e nascono e muoiono gli uni vicinassimo agli altri; un omaggio a Terry Riley che il group avrà ben presente anni più tardi, quando con minor ingenuità (e un pizzico in più di « mestiere ») verrà fuori il Soft Weed Factory, piccolo gioiello del sesto album.

L'ultimo brano, l'incredibile Moon in June di Wyatt, suona un po' come beffa ed elemento di rottura, in tanta limpida geometrìa. Nella sfera di cristallo del complesso, nel mondo di spigoli appuntiti e di vetri lucenti, di vibrazioni elettritche e perfette, Wyatt getta infatti bucce dì banana, cartacce e detriti mentali, tutto il peso, insomma, del suo cervello approdato a sconcertanti Conclusioni dopo mille anni di pensamento. Così la volta celeste scricchiclà e si piega, e il sole prende a risplendere « dall'altra parte »: e il jazz-non jazz del complesso si tappa la bocca, per consentire l'avvento di una miracolosa sonorità dove nulla è più definito e tutto, a cominciare dalle spiegazioni, ha da essere inventato.

Il ritmo si spezza di continuo, la batterìa è petulante sino all'insulto fisico; e Wyatt canta, sputa parole, ci assalta con marmellata di voce, facendo leva su quei falsetti allucinati che un giorno ci imprigioneranno senza pietà, nella ragnatela Matching Mole. Si va avanti così, sul piano inclinato di un suono trovato per strada, con l'organo noioso e pure decisivo, con il basso ormai altrove, con cento giochi di prestigio che vanno dal coniglio estratto per le orecchie alla torta in faccia. E non è che la danza si attenui col passar del tempo, che i minuti portinò noia e sonnolenza e distrazione: anzi, l'orgasmo sta proprio alla fine, quando Ratledge pone mano all'organo e scrive vorticosamente, quando ogni cosa scoppia e assistiamo increduli a un insano chiacchierare strumentale la più bella cosa di Robert dopo Las Vegas Tango!

Crollano muri da ogni parte, insomma, e l'aria è ormai irrespirabile; e con dischi come questo, e come Ummagumma e come il primo e pur ambiguo King Crimson il funerale Beatles è completo, la festa è al culmine e attende solo l'impazzimento necessario. A questo punto le torri sono state conquistate, il jazz non è più un mostro sacro, il libro della tradizione è ficcato in gola e così oltre: e davvero alla luce del disco sembra intravvedersi una strada grande e piena di fiori stranissimi, con l'ìmmaginazione finalmente in cielo e tutta una serie di operazioni demistificatrici dove più del genere e dell'« impotanza stilistica» conta il risultato, l'avvenimento sulla pelle.

Non sarà così, o almeno la ruota non girerà completamente in questa direzione: ma poco importa, in fondo, se di quella illusione restano opere come questa, se rimane l'allucinato vivere di Moon in June o il bellissimo enigma, di Slightly All Time. Se resta il mondo pazzo e colorato dei Soft Machine « veri », quelli che con Zappa, il Dylan « giovane », i Jefferson e uno sparuto drappello di altri coraggiosi dipinsero i muri dei nostri sogni pop, tanto e tanto tempo fa...

Riccardo Bertoncelli



       
     
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