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Io E Robert - Faremusica - N° 202 - 1998
pensarci meglio fu Piero Pelù a farmi riscoprire Moon in June dei Soft Machine e a farmi tornare la voglia di riscoprire quegli anni '70 che avevo liquidato troppo frettolosamente ma che in realtà mi avevano formato musicalmente. L'approccio alla musica totalmente libero da schemi, pregiudizi, mode, con le sue immancabili implicazioni sociali, filosofiche, politiche e la speranza di un mondo dove la creatività non aveva limiti, dove il "mercato" non esisteva, dove ai concerti non si pagava dove la musica era di tutti! Si suonava per comunicare e per esprimersi, per entrare in contatto con gli altri, e soprattutto si sperimentava e forse si osava di più. Molto di più. Intendiamoci, io ero ancora un pischello, ma mentre ascoltavo la hit parade di Luttazzi e mi sorbivo Canzonissima alla tv ero terribilmente attratto e affascinato da questi capelloni che cercavano di cambiare il mondo al grido di Love and Peace!
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Più vedevo i capelli a caschetto di Paul Mac Cartney e il caschetto della Caselli, più adoravo i Pink Floyd, Jimi Hendrix, i Black Sabbath, gli Who, i Soft Machine, i Rolling Stones e se al cinema andava per la maggiore il Morandi "soldato innamorato, non degno di lei", per me esistevano soltanto Tommy, P.F. at Pompei, Monterey, Woodstock. Poi d'improvviso il buio... il terrorismo, la violenza, la paura. Non capivo bene cosa succedeva, e ascoltavo musica, ascoltavo Wyatt.
Poi gli anni '80... il punk, la wave, i Litfiba. In quel periodo ricordo che Wyatt lasciò i Soft Machine e dopo l'esperienza con i Matching Mole e il grave incidente, iniziò un nuovo percorso come solista minimalista, quello che più adoro e a cui sono più legato.
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Mi ritrovavo spesso ad ascoltare i suoi dischi con Aiazzi e con Magnelli e a passare con loro nottate a discutere delle sue melodie, dei suoi testi, degli arrangiamenti. Ascoltavo Wyatt quando decisi di lasciare i Litfiba. In volo per Mosca le cuffiette del mio walkman amplificavano le note di Old Rottenhat mentre io e Zamboni senza rendercene ancora conto, parlavamo già del Csi. Mi rendo conto che Wyatt è stato ed è per me una sorta di "faro" in mezzo alla nebbia, un punto di riferimento costante da sempre presente nella mia vita e nel mio percorso musicale. Ma oltre che prezioso compagno di viaggio, uno dei più grandi musicisti contemporanei, da accomunare come intensità e spessore a Frank Zappa, Philip Glass, Brian Eno, Charlie Mingus. Una voce assolutamente unica capace di arrivarti dritta al cuore qualsiasi cosa canti e con un espressività che sembra venire dal profondo dell'anima. Un uomo che con amore si è sempre impegnato contro l'ingiustizia e per la salvaguardia dei diritti civili nel mondo.
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Una persona buona, umile, disponibile, discreta. Ho sempre amato la sua musica, la sua voce, ma forse quello che più mi lega a Wyatt è la malinconia. Niente a che vedere con la tristezza sia chiaro, la malinconia è un sentimento meraviglioso. Va aldilà del triste, dell'"allegro" e credo possa avere a che fare con la sensibilità di ognuno di noi, con la nostra capacità (o volontà?) di conoscere, di capire, di scavare a fondo.


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Sensibilità appunto e amore totale. Condizioni dell'animo/a con le quali si affronta la vita, l'arte, la musica e che spesso diventano scintille essenziali, come nel caso di Wyatt, di una creatività e di un talento che non ha paragone alcuno nella storia della musica contemporanea.
The Different You nasce da una sorta di debito personale nel confronti di questo grande artista a cui devo molto. Quando io e Francesco decidemmo di mettere in piedi questo omaggio a Wyatt, avevo paura di non farcela ad arrivare in fondo... coinvolgere trenta artisti non è facile, e poi, liberatorie, contratti, discografici perplessi, fans puristi incazzati e col fucile puntato, critiche di ogni genere... e invece... l'unica cosa che conta ora è che ciò che abbiamo fatto piaccia a Robert Wyatt. Di questo breve viaggio ho già dei bellissimi ricordi, primo fra tutti il nostro incontro con Wyatt al Salone della Musica. E poi... leggere la lettera di Wyatt che ci comunica di voler cantare Del Mondo, ascoltare il provino per telefono in religioso silenzio con Wyatt che poi domanda se il suo italiano è corretto e si scusa per averci chiamato dieci minuti in ritardo perché impegnato nell'ascolto di un disco di Leonard Cohen - che non poteva interrompere prima della fine. E poi... arriva la prima canzone, Yolanda, con Lorenzo che ci chiama alle quattro di mattina per sapere se ci è piaciuta. E poi...
Gianni Maroccolo
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