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 Different Every Time - Robert Wyatt - L'avventurosa drammatica patafisica vita di un grande in una biografia fresca di stampa. - Blow Up - #198 - Novembre 2014


DIFFERENT EVERY TIME - ROBERT WYATT

 



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"METTERLA IN RIDERE è una faccenda molto seria," dice Wyatt a un certo punto. "Alla lunga è l'unico modo che ho di prendere la vita. La prendo come uno scherzo, al di là della tragedia".

Ho finito di leggere le quattrocento pagine di Different Every Time, "biografia autorizzata di Robert Wyatt" di Marcus O'Dair (Serpent's Tail, introduzione di Jonathan Coe), e trovo che questa meditazione en passant sia uno dei codici per decifrare non solo il racconto biografico ma tutta la vita artistica del nostro. Pur essendo un omone ingombrante, con la soma poi della sedia a rotelle su cui da quarant'anni è costretto, Wyatt, anzi Robert, lasciatemelo chiamare così per confidenza d'ascolto se non di persona, Robert è un elusivo Peter Pan che non ha mai smesso di volare in tanti luoghi con una leggerezza e una soavità disarmanti. Se gli chiedete conto delle tante imprese e meraviglie, vi risponderà abbassando il discorso e riversandoci una generosa dose di humour, perché l'epica non è mai stata nelle sue corde neanche quando scalava il cielo della fantasia con lancia da Don Chisciotte. Vi dirà che è sempre stato pigro e sfaticato, che solo per caso si è trovato a meravigliosi crossroads del Novecento musicale, vi segnalerà per filo e per segno i suoi limiti e le manchevolezze. A Robert Wyatt, insomma, la vita di Robert Wyatt appare una vicenda assolutamente normale; segnata certo dalla tragedia, divisa in due da quel volo fatale giù da una finestra scambiata per porta, però trascurabile, senza peculiarità degne di interesse. In questo stesso libro il protagonista volentieri sparisce, si acquatta tra ricordi di altri e poche sue parole, per riapparire alla fine con un sorriso e ringraziare stupito che qualcuno, com'è strana la vita!, ha passato giorni e mesi a interessarsi di lui e delle sue quisquilie - Soft Machine Jimi Hendrix UFO Club Matching Mole, per dire giusto qualche bruscolo, e Syd Barrett Rock Bottom Brian Eno Shipbuilding Manzanera Gilad Atzmon.



Prima di questo ponderoso lavoro, accompagnato da un ricco archivio di immagini volutamente "povere", in rugoso bianco-e-nero, il reference per conoscere Wyatt era Wrong Movements di Mike King, un bellissimo almanacco, non so chiamarlo meglio, che compendiava la carriera fino al 1994 senza il filo di un racconto, semplicemente accostando eventi, ricordi e memorabilia. O' Dair ha fatto di più, raccogliendo le confidenze di Robert e Alfie, sanguigna musa fin dai giorni di Alifib, intervistando figli, amici, parenti e legando poi tutto con filo cronologico. Non si è concesso voli pindarici, non ha sfoderato una lingua scintillante. Da devoto certosino ha messo in fila fatti, storie, collaborazioni, o forse sono stati quelle decine di opere e spettacoli e cammei a mettere lo scrittore in un angolo e a depositarsi spontaneamente sulla pagina. Alla fine il biografo ha preso la materia e l'ha divisa in due grandi capitoli, il "prima" e il "dopo" che ben sappiamo: "il batterista bipede" e "Ex machina". In mezzo c'è la famosa festa a Maida Vale, da Lady June, e il salto dalla finestra del bagno che il primo giugno 1973 costò a Wyatt la frattura dell'undicesima vertebra e la paralisi a vita degli arti inferiori. Alfie sostiene che a quella festa non volevano andarci, e vengono i brividi a pensare a quelle sliding doors. Robert ricorda che aveva bevuto tanto ma così tanto da potersi considerare ubriaco anche secondo i suoi molto tolleranti standard. Non era fatto di LSD, solo alcol, ma viveva in un simile stato di allucinazione e passò quelle ore come in un sogno. Nei sogni tutto è possibile, anche il suicidio, e in una delle varie ricostruzioni della serata Wyatt si è spinto fino a quella ipotesi. "Ammiravo davvero i Soft Machine, e pensavo che avessero fatto bene a mandarmi via. Così, come loro mi avevano buttato fuori, mi buttai anch'io".


Nessun appassionato sano di mente ha mai scelto di stare da una parte sola, i Soft Machine e non Rock Bottom, il batterista bipede versus il cantante a Cuckooland. La storia si prende tutta, e non solo per par condicio, e O'Dair la storia la racconta tutta, a cominciare dalla favolosa Wellington House, nella campagna del Kent, che Honor Wyatt e suo marito George comperarono un giorno degli ultimi '50 per andarci a vivere con i figli e affittare a pensione le molte camere d'avanzo. Più che una casa diventò un porto di mare, un approdo per curiosi e anime inquiete, e lì il giovane Werther, il giovane Robert, ebbe la sua iniziazione specie quando venne ad abitarci un australiano in giro per il mondo, Daevid Allen, di sette anni più vecchio - un fratello maggiore un levatore un tentatore, scegliete voi, che instillò all'adolescente curiosità e stimoli di musica e letteratura. Dopo di lui la Wellington House si popolò di Mike Ratledge, dei fratelli Hopper, del soave Kevin Ayers (le foto dei suoi diciott'anni sono una meraviglia) e si formò quel circolo di musicisti stampigliato nell'immaginario del rock alternativo - il germoglio della "scuola di Canterbury", con tutti gli ehm ehm che vedremo. Nel frattempo Robert aveva scelto come musica il jazz e come strumento la batteria, passava notti e giorni "in una immaginaria Harlem degli anni '40 da cui uscivo solo per mangiare e dormire" e trascurava la scuola ben sapendo di deludere le aspettative dei genitori, con una sofferenza che non lo avrebbe abbandonato mai. Le ombre nella sua vita si allungano ben prima dell'incidente di Maida Vale e la biografia non le nasconde, a cominciare dal suicidio lucidamente tentato nei giorni del Natale 1961.



Wyatt ha passato la vita a minimizzare la portata di Canterbury e della sua presunta "scuola", negando che sia mai stata "l'equivalente britannico dell'Haight Ashbury". Abitava a Lyddell, ci tiene a precisare, ben dieci chilometri di distanza, a Canterbury andava a scuola ma tutti i giorni alle quattro e mezza aveva un bus che lo riportava a casa. Anche quando venne il tempo dei Wilde Flowers, "erano gli Hopper, i Sinclair, Pye Hastings e Richard Coughlan che abitavano in città. Fra loro vedo una connessione ma io, Daevid e Kevin non abbiamo mai fatto parte di quella realtà. Davvero non li frequentavo". Però, insomma, a furia di puntini sulle i si perde il senso della leggenda, che come O'Dair giustamente fa notare non è meramente geografica. "Il termine ha finito per rappresentare un certo stile rock psichedelico venato di jazz, pastorale, very english... con tempi complessi, una preferenza di tastiere rispetto alle chitarre e un modo di cantare convintamente radicato nell'East Kent là dove i cantanti dell'epoca posavano tutti da Delta bluesmen."


Fra l'altro il giovane Wyatt crescendo non passa troppo tempo a casa, sempre più spesso è a Londra e poi a Majorca, a Deià, ospite del mitico amico di famiglia Robert Graves, che lo chiama "Batty" per via della passione per la batteria. Pendolando tra i vertici di quel triangolo mette i primi mattoni del suo edificio, mentre sbarca il lunario alla London School Of Economics, dove il padre lo avrebbe certamente voluto; peccato che non faccia lo studente ma il lavapiatti alla mensa, anche se orgogliosamente ricorda che quello fu uno dei periodi più formativi della sua esistenza. La musica piano piano lo assorbe e gli dà occasioni, ai Wilde Flowers seguono i Mister Head e poi i Soft Machine, dal nome di un romanzo di William Burroughs. Al momento di assumere la sigla fatale, i provincialotti si fanno prendere dagli scrupoli e mandano Daevid a chiedere il permesso all'intrattabile Will in persona. L'appuntamento è alla stazione di Paddington. Allen spara d'un fiato la richiesta e Burroughs "sbattendo le palpebre come un alligatore ciancica un 'non vedo perché no'". Fatta!, da quel momento inizia la saga che durerà una ventina di scombinati anni (cinque per Robert), con avvicendamenti vertiginosi e meraviglie delusioni ferite ambizioni, e l'impressione anche che, per quanto amati, gli album rendano solo in minima parte l'energia e la fantasia della band.


Sono tali e tante le avventure del "batterista bipede" che O'Dair fatica a stargli dietro, sotto la fitta pioggia delle collaborazioni e curiosità e velleità, tra discografici improbabili e un manager con il pelo (Mike Jeffery, lo stesso di Hendrix), tra la Londra del Technicolor Dream e Dulwich, dove Honor Wyatt è tornata ad abitare alla morte del marito e dove il figlio reinventa con i suoi compagni un'altra "comune musicale" tipo Wellington House. Nel frattempo Robert è diventato padre di un maschietto, Sam, ma come non è stato figliolo irreprensibile nemmeno è genitore e marito modello, e si perde soprattutto nei lunghi mesi del 1968, quando i Soft Machine accompagnano la Experience in due folli tour americani di quelli che allora erano la regola - centinaia di miglia in bus, due spettacoli al giorno, carica-scarica-prova-interviste, un piccolo inferno che suscita nostalgie perfino della pioggia e della noia di casa, figuriamoci di una famiglia con giovane sposa e pargolo. Wyatt libera la testa in quei lunghi mesi in cui si attarda negli States (gli altri tornano prima, l'idea è che i Soft Machine non debbano esistere più), libera la testa ma da licenza al vizio e comincia a bere. Fino ad allora, incredibile ma vero, era stato un ragazzetto morigerato che disdegnava le droghe e ogni comportamento "illegale" fuori dall'ambito artistico.


L'alcol è la grande scoperta di quei giorni e la dannazione dei tempi a venire - un falso amico ingombrante. Robert suona sempre meglio e in contesti via via diversi, i Soft Machine sono il suo amore ma anche il suo limite perché non vogliono volare alto come lui. Per spiegare il suo "oltre" incide quell'album meraviglioso che è The End Of An Ear, ma non lo capiscono né i compagni né gli appassionati né buona parte della critica. Per quello se ne va o, meglio, si fa cacciare, con i sensi di colpa che dicevamo; per fondare i Matching Mole e scoprire che la storia non cambia, anzi peggiora, il denaro scarseggia a tal punto che è costretto a trovare altri lavori e i compagni dopo un po' diventano un peso o forse il peso è la difficoltà di Robert a guidare un gruppo, tanto costretto e sacrificato (a guidare un gruppo. Punto). I fans godono, quei dischi sono puro miele ma vedete come ogni tanto (spesso) l'apparenza nel mondo rock inganni? Per superare l'impasse Wyatt si rifugia a Venezia, inverno del 1972, dove la sua nuova compagna Alfreda Benge lavora alla sceneggiatura di un film di Nicholas Roegg con Julie Christie, A Venezia un settembre rosso shocking. Ha una casa sul canale della Giudecca, culla i pensieri allo sciabordare della laguna. Pensa a un nuovo disco, progetta un nuovo gruppo. Quell'album, Rock Bottom, sarà capolavoro e al tempo stesso maledizione; perché Robert finirà per completarlo nei sei terribili mesi di degenza allo Stoke Mandeville Hospital dopo l'incidente, una volta che il "batterista bipede" è finito in frantumi e l'uomo sulla sedia a rotelle è costretto a reinventarsi la vita, la carriera, tutto.


Una persona normale affonderebbe in quella pietosa crudele "machina". Robert no, la sua forza è straordinaria, la sua lucidità incredibile. Getta tutti i fantasmi nel pozzo più profondo, dimentica la vita e le ambizioni di prima e scava una strada nuova. Deve rinunciare alla batteria ma può affinare il suo straordinario falsetto e sbizzarrirsi con gli arrangiamenti più insoliti presso una etichetta, la Virgin, che finalmente gli da retta. Non si annuseranno mai troppo bene, lui, Alfie e Richard Branson, ma è un fatto che i primi due LP dopo l'incidente sono una delizia e il ritratto di un artista che non parla una lingua strana e profetica per artificio ma per geniale istinto. I Mingus, Monk e Rollins dei suoi quindici anni, il "flusso di coscienza" del rock psichedelico, gli spunti etnici di Mongezi Feza e degli amici sudafricani, la lezione humourale di Ivor Cutler e del "Goon Show", tutto si mescola in un magma caldo e colorato; quei due album sono un juke box dei sogni e ogni canzone è "different every time", come vuole l'indimenticabile incipit di Sea Song ("la prima vera canzone d'amore che ho scritto per Alfie").




Con Ruth Is Stranger Than Richardsi chiude l'illusione della "facilità". La nuova vita è fatica, ostacolo, una casa nei sobborghi di Londra con barriere architettoniche, la scoperta che suonare dal vivo è un tormento anche e soprattutto per problemi pratici - ci prova, al Drury Lane, a Parigi, a Roma, ma non è cosa. L'umore è altalenante, le canzoni non bussano più alla porta. Mentre la scena si complica e cambia pelle, Wyatt si defila in un angolo con la tentazione, a poco più di trent'anni, di togliere il disturbo. Anziché comporre preferisce informarsi, ascolta Radio Teheran, Radio Tirana o Radio Hanoi, scopre il cinema del Terzo Mondo, legge Frantz Fanon e Noam Chomsky, corrisponde con prigionieri politici di ogni parte del mondo. Il fuoco rivoluzionario che gli bruciava in petto già ai tempi di Gloria Gloom ("How long can I pretend that music's / More relevant than fighting for a socialist world") lo spinge a iscriversi al Partito Comunista Britannico, illudendosi per dieci anni che sia quella la sua casa. Ne uscirà ai giorni della caduta del Muro, disilluso ma convinto a non deflettere dalla sua idea di un mondo radicalmente nuovo, più tollerante, solidale, giusto.


Di quei suoi slanci e aspirazioni più che di astratte fantasie parleranno i testi quando con Old Rottenhat, 1985, Robert tornerà a esporsi in prima persona. Per dieci anni si è astenuto, limitandosi a interpretare canzoni di altri e usando per lo più il dimesso format del 45 giri. "Anche Elvis e Frank Sinatra facevano così", si giustifica con un ghigno, per quanto quei due non avessero in repertorio Violeta Parra e Caimanera, Stalin Wasn't Stalling e Trade Union. Wyatt sì, mette il cuore in quelle canzoni militanti ma si diletta anche con Memories Of You, commuove con una straziante versione di Strange Fruit, spiazza tutti con la disco melodica di At Last I Am Free degli Chic - lo Studio 54 a Wellington House. Elvis Costello e Clive Langer scrivono per la sua voce di cristallo Shipbuilding nei giorni storditi delle Falklands; è uno dei momenti più alti di quegli Eighties per altri versi così flebili.


Nel 1991 Robert e Alfie si trasferiscono a Louth, vicino a Hull. Il loro è un volontario esilio lontano da Londra, che li taglia fuori rallentando ancora di più i ritmi di vita: "ce ne accorgemmo subito, ai tempi della prima guerra del Golfo," scherza Robert, "quando scoprimmo che non avevamo ambasciate nei dintorni davanti a cui manifestare". Quello stesso anno esce un nuovo LP di brani inediti, Dondestan, che ribadisce il nuovo gusto e il nuovo passo; cinque-sei anni tra un disco e l'altro e canzoni che non si affacciano più sul bordo dell'avanguardia ma meditano con serenità, rimembrano dolcemente, si abbandonano ai ritmi e ai modi dell'età matura. Ne seguiranno altri tre, fino a oggi, e la palma del migliore è contesa da Shleep, 1997, e Cuckooland, 2003: dolci pappe di musica con fantasie più jazz che rock e timbri delicati - chitarre discrete, liquide tastiere, la voce sottile della tromba o della cornetta. Anche così, in paesaggi di sogno, Wyatt non dimentica la vita vera; il nitido specchio della sua voce riflette anche quello, la tragedia del Medioriente, le prepotenze del potere, la persecuzione del popolo Rom, la Bomba Atomica, mentre con le fantasie vola a Parigi ricordando l'idillio tra Juliette Greco e Miles e con il cuore non esce di casa e regala ad Alfie una bella canzone di scorbutico amore, The Duchess. Con il tempo quei lavori gli sembreranno troppo laccati ed evanescenti, sospesi in uno stato di "fluidità gassosa". Così, quando nel 2007 tornerà a incidere, si impegnerà a cercare qualcosa di più solido, incisivo, "un chiaroscuro con tinte forti" che lo riporti a certo amato jazz dei suoi anni verdi, Mingus soprattutto. Comicopera viene a quel modo e lo soddisfa, "e al diavolo la continuità".




La maturità di Robert, quello sì è "un chiaroscuro con tinte forti". L'amore degli amici e degli appassionati. Le decine di collaborazioni a cui si presta con sorprendente docilità. La buffa corrispondenza che intrattiene con tanti, mettendo il francobollo su qualunque pezzo di carta gli capiti a tiro, un inserto di CD o una confezione di patatine, un fazzolettino o un ritaglio di quotidiano. L'orgoglio e la soddisfazione dell'edizione 2001 del "Meltdown", quando è direttore artistico e allestisce uno straordinario circo di musica con Terry Riley, Keith Tippett, Costello con Ivor Cutler, Tricky, David Gilmour, Bill Laswell, Cristina Donà, ribadendo nel più gioioso dei modi la sua, idea di musica senza confini. L'onore dei riconoscimenti accademici, a Liegi e proprio di recente a Canterbury. L'emozione nello scoprire che non ha solo un figlio come aveva sempre creduto, Sam, ma una figli anche, Alice, nata dopo che la moglie Pam aveva iniziato una nuova vita con il batterista dei Gong Pip Pyle. Sull'altro piatto della bilancia, le frequenti onde di depressione, le difficoltà finanziarie che lo spingono a cercare umili lavori extra musicali e la fatica proprio fisica del fare musica; ci vogliono tre mesi di duro isolamento al terzo piano della casa-studio di Manzanera per partorire Comicopera, con il sollievo finale per noi solo tristezza, che potrebbe trattarsi dell'opera ultima. "In fondo sono un uomo del Ventesimo Secolo, tutto quello che è accaduto dal 2000 a oggi lo considero tempo rubato". E poi l'alcol, il Lucignolo che non ha mai abbandonato Robert fino ad avvelenare la sua vita e quella di Alfie, il falso amico allontanato con un disperato gesto di volontà a partire dal 2007, con l'aiuto di Alcolisti Anonimi. Sembrava che solo quello potesse dargli "fuoco e ali", spiega Wyatt in biografia citando Jean Rhys, si era convinto che con le sue fragilità e senza "il narcisismo egomaniaco" indotto da quell'additivo non avrebbe più saputo scalare le montagne del fare musica. Invece è riuscito a liberarsene e Alfie può dire di averlo ritrovato, "è bellissimo, ho ancora il mio compagno, il mio migliore amico".



Sono oltre quattrocento pagine, dicevamo, più una discografia ponderosa ma succinta perché per fare i pignoli (vedi il sito francese Disco Robert Wyatt) i dischi riconducibili al nostro uomo sono più di settecento (!) - non male per un "presunto minimalista". Mettete insieme tutto questo con le migliaia di incontri eventi avventure di una vita complicata e avrete un groviglio in cui è difficile trovare un filo conduttore. Marcus O'Dair però ci prova, butta lì fin dall'inizio una pista e ogni tanto ci torna; e la pista è Alfred Jarry con la sua Patafisica, "scienza delle soluzioni immaginarie", Jarry che incantò i Soft Machine giovani e benedisse il Volume II ispirando una doppia "pataphysic introduction". Era uno spirito tormentato anche lui, con la sua dieta di due litri di vino e tre di assenzio tutte le mattine che lo portò alla tomba a trenta-quattro anni, e wyattianamente giocava con la vita "sulla linea sottile, spesso impercettibile, tra assurdità e tragedia". Robert ne riconosce l'influenza, e non solo in gioventù o per uscire dalle secche dell'incidente; anche quando si iscrisse al Partito Comunista Britannico, al culmine dell'offensiva anticomunista dei Reagan e Thatcher, fu "una sorta di ribilanciamento patafisico Yin-Yang". Intuiva che quella storia era finita ma proprio per quello gli andava di sedersi al tavolo "dall'altra parte", prestando il proprio contributo a "un simpatico partitino di sogni infranti."


Torniamo al proverbio iniziale, a come prendere questa strana cosa che è la vita specie quando la si vuole vivere intensamente, a mente libera, a petto nudo. Il patafisico Robert Wyatt: "Penso che la vita sia una cosa tetra. E si dice sempre che il diavolo è nei dettagli, mentre io credo che il diavolo abbia la regia dello spettacolo e che sia Dio invece a nascondersi nei dettagli. Penso che lo show lo conduca il demonio ma, se hai fortuna e ti attrezzi, puoi cogliere comunque brevi momenti di bellezza. Solo così, prendendola al contrario, la vita per me ha un senso."


Riccardo Bertoncelli


 


DIFFERENT EVERY TIME non è solo il titolo della biografia ufficiale di Wyatt per la Serpent's Tail ma anche di un doppio CD antologico appena pubblicato dalla Domino. E' un pezzo strano, sotto questo profilo perfetto per il soggetto che tratta, con un primo CD di "best of", Ex Machina, e un secondo, Benign Dictator-hips, che raccoglie (alcune, sparse, minime) schegge della incredibile serie di collaborazioni di RW nel corso dei decenni. A chi vada questo pacco dono vagamente natalizio non so. Ai completisti probabilmente, perché i neofiti resterebbero comunque sconcertati dalla varietà e incoerenza del materiale, continuando a non capire, e gli appassionati di lungo corso, quorum ego, avrebbero tante, troppe obiezioni, molte di più del piacere ricavato dall'ascolto. To cut a long story short, parlo come Robert, trovo che un "best" di Wyatt sia un'impresa semplicemente impossibile, come già è stato provato per esempio nel caso di Zappa. Troppe le sue facce e i suoi umori, appunto "different every time", per sbrigarsela in un'oretta; e poi naturalmente potremmo discutere per l'eternità e un giorno sulla selezione delle canzoni, perché Yesterday Man e non I’m a Believer, perché non Sea Song, per fortuna c'è Moon In June se no si chiamavano i carabinieri però manca O Caroline, e l'assenza fa male, e le ciliegie degli ultimi cesti sono davvero le più succose? Detto questo, l'ascolto è pur sempre delizioso e, aggiungerei, terapeutico; Wyatt canta davvero "sane songs for insane times", come scrive Jonathan Coe nella intro alla biografia.

Il wyattiano virtuoso per Natale potrebbe fare un'altra cosa, andare al sito www.hypergallery.com e godersi le stampe in vendita, tiratura limitata 100 copie, dei mitici disegni di Alfreda Benge per Rock Bottom e Ruth Is Stranger Than Richard. Costano duecento sterline circa in prevendita, i proventi vanno ad Alfie, i pezzi sono tu ti autografati dall'autrice e controfirmati da Robert.